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Se fossimo impollinatori


Ci vuole fegato a fare quasi 4 volte il giro della Terra per fare soltanto un chilo di miele.


E questo sapendo che il principale consumatore di questo prodotto non è lei. Sì, lei: la bottinatrice. Quella che praticamente lavora per sfamare altre bocche mettendo il proprio appetito all'ultimo posto. Ma lei non sa che quel miele non è per le sue sorelle. E nemmeno per la regina (o sultana, come ho scoperto storicamente chiamano l'ape regina in Marocco).


Quella immensa fatica è per l'uomo.


Allora cambiamo prospettiva. Mettiamola così.


Io ti prendo il miele, goccia dopo goccia dove posso, e tu mi tieni li, in un angolo riparato, e provvedi a che non mi debba estinguere. E così?


Oggi ci sono 'tante agricolture'. Tante apicolture. Alcune rispettose, anche lungimiranti. Altre speculative e rapaci. Le nostre api svolgono un ruolo strategico nei confronti della produzione agricola italiana.


Lo dice la legge 313/2004 che ne sancisce l'utilità.


Ben 4/5 del cibo che mangiamo viene impollinato. Ma il vero servizio va a vantaggio della biodiversità. Significa che la varietà delle specie entomofile (e non solo quelle che mangiamo) ma anche la catena di biodiversità alimentare sono garantite se ogni elemento della catena non scompare. Tagliamo un pezzo della catena e la catena si spezza. Da alcuni anni si è evidenziato come nella pianura agricola del Piemonte orientale siano spariti i passeri. Da pochi anni alcune Regioni finanziano ricerche per conoscere lo stato di conservazione della biodiversità. E' un indice di interesse, o di allarme?


La Valle D'Aosta la scorsa estate ha finanziato una ricerca di mappatura dello stato di licheni, i primi bioindicatori della salute del nostro pianeta.


Anche le api possono indicare molte informazioni ambientali. Dagli anni '80 l'Università Alma Mater di Bologna svolge ricerche in tutta l'Italia per misurare l'ambiente nelle città come in campagna. E grazie a CONAPI, il più grande consorzio di apicoltori, da tre anni è possibile finanziare analisi in diverse città con il progetto Api e Orti. A questo progetto hanno aderito Potenza, Torino, Milano, Bologna, Bari. Le api sono considerate scientificamente 'matrici' e 'bioindicatori' ambientali. Questo perchè tramite le analisi di polline fresco, nettare appena prelevato e campioni di api giovani è possibile avere migliaia di micro campioni di informazioni sulla salute delle piante ma anche di aria e acqua.


Quel che è emerso dalle analisi però fa il paio con le quasi 700 analisi di api morte che ISPRA ha fatto analizzare dall'Istituto Zooprofilattico delle Venezie a scopo scientifico. Dal dossier ISPRA dell'estate scorsa risulta che le api sono morte per l'uso eccessivo di più di 150 principi attivi comunemente usati in agricoltura, 7 dei quali sono persino illegali sia in Italia che in Europa. Altri due dati sono interessanti. Il primo è che i fitofarmaci (che i contadini nel loro gergo pratico chiamano semplicemente 'veleni') vengono usati spesso in sinergia. Significa che i prodotti vengono usati insieme. L'altro è che i cambiamenti climatici hanno spinto i produttori ad aumentare la frequenza e l'intensità del dosaggio.


Dalle analisi delle acque condotte dall'ARPA nel 2020 sono stati rilevati non solo i prodotti usati di recente ma persino il DDT, che certamente immaginiamo non sia usato da decenni.


La spiegazione è che la terra e i campi non assorbono che una piccola parte dei trattamenti e il resto si accumula nelle falde, o finisce nel mare.


Il giorno che mi vide attraversare le colline lucane da Salerno a Potenza non ho potuto trattenere il respiro dalla terribile bellezza delle colline addomesticate ma senza troppa razionalità. Ingentilite dalla mano umana ma non omologate.


Probabilmente i territori meno 'facili' del nostro Paese godono di un vantaggio strategico, quello di non facilitare l'agricoltura intensiva e di essere, e pertanto, sono isole di salubrità ambientale e riserva di biodiversità.


Quel che possiamo fare è capirla, misurarla, questa biodiversità, per poter da una parte ripetere la misura i prossimi anni e comprendere se è cambiata. Per restituire alla Comunità Europea un modello che risponde agli obiettivi 2030 di misura e difesa della biodiversità.


Proprio pochi giorni fa è notizia che la UE ha approvato la richiesta di studiare e censire la biodiversità degli impollinatori. E questo perchè la Corte dei Conti EU poche mesi fa ha riscontrato enormi lacune in tal senso. E non è solo per una maliziosa ipotesi di aver avvallato le pressioni delle lobbies dell'agrofarmaco, ma perchè banalmente ha speso il periodo 14-20 a dedicarsi interamente alle api e non agli impollinatori.


La versa diversità e la minaccia che corriamo tutti è perdere gli impollinatori, circa 20mila in Europa, di cui la nostra 'ape da miele' è una soltanto.


Ecco perché, secondo Jereb, decano della prima sezione della Corte, “la diminuzione della popolazione di questi insetti può avere una seria ricaduta sull’approvvigionamento alimentare e sulla qualità e varietà del cibo che mangiamo".


La relazione che può esistere tra un territorio ancora sicuro rispetto al resto del Bel Paese può sembrare effimera ma non è così. I cambiamenti climatici provocano effetti repentini in ogni punto dello stivale, e questo significa che per proteggere un piccolo borgo bisogna parlare a tutti gli altri, offrendo un modello e chiedendo rispetto.


Proprio per questo l'Unione Europea ha approvato una raccolta firme (ECI) a salvezza delle api, che termina il 30 aprile 2021 e chiede ad ogni stato membro di raggiungere una soglia minima per accettare l'appello. L'Italia deve raccogliere ancora 41mila firme.

Il sito, l'unico autorizzato a raccogliere la firma che deve essere accompagnata da un documento valido di identità, è qui https://www.savebeesandfarmers.eu/ita .


Il biomonitoraggio è uno strumento che risponde ad esigenze di controllo e misura, non solo quantitativo ma qualitativo. Ma per affrontare un progetto di biodiversità analogamente serve una strategia di ambiente. Sappiamo se i nostri impollinatori hanno sufficiente cibo?


Qui da Torino, dove vi scrivo, è in corso un progetto di costruzione di piccoli pascoli per impollinatori ma non con assegni o sponsor: a fare km di fiori saranno i cittadini, i bambini delle scuole, gli apicoltori e i Comuni. Già 8 piccoli Comuni e 11 Istituti Scolastici hanno aderito al progetto. E questi nuovi corridoi ecologici stanno nascendo un pò ovunque.


Ho letto molti articoli in questo blog, e sono dell'idea che se l'uomo decide di fare rete per attuare percorsi di rigenerazione sociale e ambientane debba egli stesso potersi definire 'impollinatore'.


Noi siamo impollinatori, la cifra è nelle azioni e nello spirito di cooperazione che muove nella stessa direzione. Non è una buona definizione di comunità?


Guido Cortese

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